Vi racconto quando sono arrivata in Italia

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Koine

Sono appena sbarcata all’aeroporto di Fiumicino.

Sono qui di passaggio, la mia meta è Firenze, dove mi sono iscritta ad

un corso di lingua italiana. Iscrizione al corso e prenotazione di una

camera presso una signora fiorentina, non hanno costituito un problema.

La scuola aveva un suo sito in lingua giapponese. Ma adesso ? Per il

momento seguo il flusso degli altri passeggeri, ammiro una

cartellonistica a me completamente sconosciuta e arrivo al ritiro

bagagli.

Sono subito colpita dalla tecnica italiana nel ritiro degli stessi.

Tutti sono intorno al nastro, chi in prima, chi in seconda fila, Non

sembra che ci sia un criterio preciso. Tutti parlano al telefonino,

annunciando, credo, il loro arrivo. Qualcuno vede sfilare la propria

valigia tra le teste di quelli che ha davanti, ma nessuno si apre per

permettere il passaggio, e la valigia passa oltre. Qualcuno, che non si

ricorda esattamente il colore e le dimensioni del proprio bagaglio,

lotta con strappi poderosi per impossessarsi di una valigia non sua.

Riesco a vedere e a prendere il mio bagaglio, quando ormai la sala è

deserta.

Ho visto la direzione presa dagli altri, li seguo sino a quelli che

ritengo i banchi della dogana. Anche in questo caso, non colgo i

criteri. Qualcuno viene accolto dai doganieri con grandi sorrisi ed

invitato a passare senza controlli, qualcuno viene guardato con sospetto

e fermato per accurati controlli. Sono fortunata, mi sorridono e mi

parlano, come ad una bimba di cinque anni. Non capisco niente e passo.

Lunghi commenti, apparentemente apprezzamenti e adulazioni per il mio

essere donna-giapponese anche da parte del poliziotto, che controlla

distrattamente il mio passaporto.

Sono in Italia, nell’ingresso dell’aeroporto. In un paese dove non

conosco la lingua e dove, peggio, non conosco la scrittura e quindi non

posso leggere le indicazioni.

Taxi, quindi treno veloce e moderno, quindi di nuovo taxi, e sono di

fronte alla porta della signora fiorentina che mi ospiterà. Per ora non

ho quasi rivolto la parola a nessuno. Un po’ per timore, ma soprattutto

perché tutti, specialmente in treno, erano occupati con il loro

telefonino. Sospetto che questo popolo comunichi solo con quello.

Domanderò all ‘insegnante.

Niente ascensore, ultimo piano.

Mi apre una signora tanto gentile quanto anziana, colgo nuovamente il

tono "da bambina di cinque anni". Parla per circa mezzora, suppongo

raccontandomi la sua vita, nonostante cerchi a gesti di farle sapere che

non capisco la sua lingua, Le lascio due oggetti in regalo, che ho

portato dal Giappone, provocandole grande gioia. Mi serve un’ottima cena

italiana, sempre parlando, e cerca di farmi bere un intero bicchiere di

vino.

Finalmente sola, in camera. Mi addormento con il fascino e la paura di

cosa troverò al mattino. Che scuola sarà ? Parleranno Giapponese ? Da

quali paesi verranno gli altri studenti ? Gli insegnanti capiranno che

non leggo la loro scrittura ? Avranno un metodo che considera che la mia

unica lingua di riferimento è il Giapponese ?

Ecco, mi sveglio dal sonno, è mattino, mi alzo e vado alla Scuola Koinè.

 

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